Qualche settimana fa, a scuola, era una di quelle serate in cui arrivi già svuotato. Avevo lavorato tutto il giorno, avevo dormito poco, e mentre aspettavamo di iniziare pensavo soltanto a quanto mancava alle 21:30.
Ricordo bene cosa facevo, mentre qualcuno parlava. Guardavo l’orologio. Poi la scrivania. Poi pensavo a domani, alla sveglia, a tutto quello che sarebbe toccato a me e che ancora non c’era. A un certo punto una ragazza ha detto una cosa sulla libertà di pensiero, e lì la classe si è fermata. Io no. Ero lì, a video, con la faccia giusta, e non ho sentito niente. Ho dovuto chiederle di ripetere. Ancora oggi ricordo la faccia che ha fatto, e mi sono vergognato un po’.
Quella vergogna mi è servita più di molte letture. Perché mi ha fatto vedere quanto spesso succede, e non solo quando sono stanco: il corpo è in un posto e io in un altro. Per esempio, lavoro in giardino e intanto penso già alla riunione. Oppure leggo un libro e mi ritrovo a ripassare una frase detta male tre giorni fa.
Il fatto è che quando sono teso non vedo niente. Sto già a domani. Il presente, che è l’unico posto in cui posso fare qualcosa, lo lascio vuoto. Quella sera la cosa che ricordo è che la serata andava benissimo, e io ero l’unico a non esserci.
Quando le ho chiesto di ripetere, l’ho ascoltata davvero. Non era niente di eccezionale, in fondo. Ma detta in quel momento, in quella stanza seppur virtuale, con quella voce incerta, aveva una cosa che nessun calcolo avrebbe potuto prevedere. E curiosamente la stanchezza si era alleggerita. Era sempre lì. Ma avevo smesso di combatterla.
Credo sia questo il prezzo di voler controllare tutto: la mente tesa fa da schermo, e ciò che c’è di bello ci passa accanto. Le idee migliori mi arrivano quasi sempre quando smetto di inseguirle.
Se devo indicare una paura vera, è questa: arrivare alla fine e accorgermi di non esserci stato. Di aver vissuto tutto in prestito, rimandando a un domani sempre un passo più avanti. Non so se la paura serva a qualcosa. Forse sì, forse serve a noi distratti. Quella sera, almeno, mi ha riportato in classe.
Una pratica per oggi
In un momento qualunque della giornata, fermati e chiediti: dove sto guardando?
Se la risposta è “altrove”, non rimproverarti. Riporta lo sguardo, e con lui i pensieri, a ciò che c’è: la voce di chi parla, il peso dei piedi per terra. Non servono ore di silenzio. A volte basta ripeterlo, ogni volta che ci si accorge di essersi allontanati.
Luigi Congi
