Ero in cima a Botte Donato, nel punto in cui lo sguardo si apre sull’altopiano e va a cercare i due mari. Quando soffia la tramontana si indovina anche l’Etna. È un posto che fa parte della geografia della mia giovinezza: ci ho lasciato, negli anni, pensieri, speranze e un bel po’ di silenzi.
Ci sono tornato da poco, in una giornata limpida che sapeva di resina e terra bagnata. Il panorama era quello di sempre: i boschi fitti fino a perdita d’occhio e in mezzo l’Arvo e il Cecita, che brillano come due specchi buttati tra le pieghe della montagna. Non era cambiato niente. E nemmeno quello che sentivo: era uguale ad allora, preciso.
Poi ho preso il sentiero verso i Giganti di Fallistro. Davanti a quei pini laricio enormi, che hanno visto passare i secoli, mi è venuto un pensiero senza che lo cercassi: erano qui molto prima di me e ci saranno molto dopo. E allora, cosa c’è di davvero mio in questo legame?
Strano: invece di sminuire quello che provavo, il pensiero l’ha rafforzato. Era come se una parte di me si fosse agganciata a qualcosa che resta, a un flusso che c’era prima e ci sarà dopo, e che non ha bisogno di nessuno che lo guardi.
Capita di rado, un momento così. Ti entra dentro e ci rimane. Tornare da adulto in un luogo della giovinezza non serve solo a ricordare: serve a dare un nome a cose che avevi già dentro e non sapevi dire. Davanti a quegli alberi capisci qualcosa di loro e un po’ anche di te, e senti una presenza più grande della tua singola vita che, proprio per questo, dà peso a ogni tua piccola esperienza.
E cambia anche il modo di stare nei giorni normali. Ci metti più cura, più attenzione. Non per lasciare un segno: ti accorgi e basta che anche il gesto più piccolo sta dentro qualcosa che dura.
Così, adesso, quando mi chiedo che senso abbia quello che faccio ogni giorno e cosa passo a chi mi sta intorno, penso a quei pini. Se quello che faccio nasce da un posto vero, chi mi sta vicino lo sente. E magari ritrova la stessa cosa anche dentro di sé.
Una pratica per questa settimana
Scegli un luogo che frequenti da anni, anche il più ordinario: un viale, una panchina, il cortile di casa. Vai lì senza telefono e fermati venti minuti. Non devi pensare a niente di preciso. Guarda soltanto ciò che c’era prima di te e ci sarà dopo: un albero, un muro, il tracciato di una strada. Gli stoici chiamavano questo esercizio “guardare dall’alto”. Serve a ridimensionare le preoccupazioni e a ricordarti quanto poco, di tutto ciò che ti agita, dipenda davvero da te.
Poi scegli un solo gesto della giornata e fallo come se fosse l’unica cosa che conta: un caffè, una risposta a un messaggio, un saluto. Di come andrà non sei padrone, del modo in cui lo compi sì. Epitteto direbbe che la tua parte finisce lì, ed è già abbastanza.
La sera, prima di dormire, chiediti solo se quel gesto l’hai fatto con cura. Se la risposta è sì, quel giorno è stato ben speso.
Luigi Congi
