La risalita dalla “Caverna”

La risalita dalla “ CAVERNA”

Ci sono luoghi che non sono semplicemente spazi, ma passaggi interiori … Soglie invisibili che, una volta attraversate, non permettono più di tornare davvero indietro.

La scuola di filosofia, per me, è stata una di queste soglie.

All’inizio pensavo di entrare in un percorso di studio … credevo di dover apprendere concetti, teorie, pensieri già formulati … in realtà, mi sono ritrovata dentro qualcosa di molto diverso: un processo vivo, un’esperienza trasformativa. Un lento disvelarsi.

Non è stato immediato … Non è stato lineare … E soprattutto, non è stato sempre facile.

Ho incontrato maestri che non si sono limitati a insegnare, ma che hanno saputo indicare direzioni senza imporle. E compagni di viaggio che, come me, cercavano … Non risposte pronte, ma verità più profonde.

Insieme, in modi diversi, abbiamo iniziato a guardarci dentro e a guardare il mondo con occhi meno abituati, meno automatici.

È lì che ho iniziato a comprendere davvero il senso del nostro continuo divenire.

Non siamo entità fisse … non siamo definizioni … Siamo movimento, trasformazione, attraversamento.
E più osservavo questo fluire, più percepivo che sotto la superficie esiste qualcosa di stabile e profondo: le radici dell’essere …. qualcosa che non si impone, ma si lascia intravedere a chi ha la pazienza di fermarsi, di ascoltare, di mettere in discussione.

Questo percorso, però, ha un prezzo.

Uscire dalla caverna, come racconta Platone, non è un atto semplice né indolore … non è una conquista che avviene senza resistenza … é piuttosto, uno strappo.

Quando inizi a distaccarti dalle ombre, ti accorgi di quanto fossero rassicuranti … Di quanto fosse facile rimanere lì, dove tutto è già noto, dove non è necessario mettere in discussione nulla.

La luce, invece, non consola: all’inizio destabilizza … Acceca… Costringe a vedere ciò che prima poteva essere ignorato.

E non tutti desiderano questo passaggio.

La risalita non è piacevole per tutti, e forse non è nemmeno per tutti … Richiede coraggio … richiede una disponibilità a perdere qualcosa: certezze, identità costruite, appartenenze superficiali e soprattutto, richiede la capacità di restare anche quando si vorrebbe tornare indietro.

Perché a volte la tentazione è proprio quella: richiudere gli occhi.

C’è poi un altro aspetto, più sottile, che emerge lungo il cammino, anche quando non sei solo: può affiorare una sensazione di distanza… non necessariamente dagli altri, ma da un certo modo di vivere, di parlare, di interpretare la realtà.

Diventa più difficile “uscire” nel senso comune del termine non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché cambia la qualità dello sguardo … stare in compagnia di esseri davvero “svegli” è raro, prezioso… e allo stesso tempo impegnativo.

Così, a volte, si diventa più silenziosi. Non è un silenzio vuoto, ma pieno, un silenzio che nasce dalla consapevolezza che non tutto può essere detto, e che non tutto verrebbe compreso. In quel silenzio, Si osserva … Si ascolta … Si resta presenti.

Agli occhi degli altri, questo può sembrare distanza, tante volte può sembrare diversità.

E in effetti, sì, si viene spesso percepiti come “diversi” … Ma forse la parola giusta non è questa.

Non si tratta di essere diversi , si tratta di essere più consapevoli.

Consapevoli delle dinamiche che muovono le persone, delle illusioni che costruiamo per sentirci al sicuro, delle leggi profonde che regolano l’esistenza, anche quando non sono visibili, anche quando non sono accettate.

Questa consapevolezza non rende migliori, non crea superiorità … anzi a volte rende più vulnerabili … Più esposti. Più sensibili.

Ma apre anche a qualcosa di straordinario.

Perché, oltre la fatica della risalita, oltre lo smarrimento iniziale, c’è la possibilità di vedere la luce non più come qualcosa che ferisce, ma come qualcosa che rivela.
Una meraviglia essenziale, difficile da spiegare, ma impossibile da dimenticare.

E a quel punto, tornare indietro non è più un’opzione reale.

Si può, forse, scendere di nuovo tra gli altri …, ma non si è più gli stessi, lo sguardo cambia. la presenza cambia. Anche il modo di stare nel mondo si trasforma.

E allora si continua.

Non verso una meta definitiva, ma dentro un movimento continuo, un approfondirsi costante … Un divenire che non si esaurisce.

Perché, in fondo, questa esperienza non è un punto di arrivo.
È un inizio che si rinnova, ogni giorno .

 

Luisa Vargiu

 

 

 

 

 

 

 

2026-03-25T17:59:10+01:00

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